
Donne e motori: tre storie di emancipazione
La Francia di fine Ottocento culla di emozioni
Il prossimo 8 marzo sarà la sintesi di un connubio senza tempo e ricco di fascino: quello tra la donna e le quattro ruote.
Domenica prossima, infatti, come ogni anno si festeggerà la “Giornata internazionale della donna” e in concomitanza si alzerà il sipario sul campionato del mondo di Formula-1 del 2026. Una combinazione pressoché straordinaria, accaduta in precedenza soltanto nel 1998. E che per noi rappresenta l’occasione per salire su un’altra macchina, quella del tempo, e viaggiare fino alla Parigi tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo.
Obiettivo? Conoscere più da vicino tre donne che hanno lasciato un segno nella storia dell’auto.


Per chi ci segue da tempo, non sarà certo sorpreso di leggere un altro capitolo del libro dei motori a tinte rosa.
Basti pensare a Dorothy Levitt, inventrice degli indicatori direzionali. O a Mary Anderson, ideatrice dello specchietto retrovisore. Di entrambe vi abbiamo parlato in questi anni. Oppure ad alcune signore della velocità del nostro Paese, come Maria Teresa De Filippis o Lella Lombardi.
Questa volta invece le protagoniste parlano francese. E si chiamano Camille du Gast, Madame Labrousse ed Hélène de Rotschild (van Zuylen). Ad accomunarle, l’appartenenza all’alta borghesia e un animo intraprendente, tutt’altro che intimorito dalle convenzioni sociali dell’epoca, che non ritenevano le donne adatte alle auto e tanto più alle auto da corsa.
Due di loro si contendono il record di prima donna ad aver preso parte a una competizione automobilistica. Sono Madame Labrousse ed Hélène de Rothschild.
Secondo alcune fonti, la peculiarità apparterrebbe alla prima, che il 1°luglio 1899 prese parte alla “Parigi-Spa”, concludendo al quinto posto nella categoria delle “auto a tre posti”.
Altri riferimenti invece attribuiscono il primato all’anno precedente a Hélène Von Rotschild, unica erede del barone Salomon de Rotshschild, uno dei banchieri più potenti al mondo. La fiamma dei motori in lei si accese dopo il matrimonio con il nobile olandese Von Zuyen, presidente dell’Automobile Club di Francia e organizzatore di una delle prime corse internazionali: la “Parigi-Amsterdam”.


Era il 1898 e al nastro di partenza c’era anche la consorte. Ma sotto mentite spoglie, con il soprannome di “Snail” (lumaca).
Era iscritta nella categoria “Touring Class” però il suo nome non comparve nell’ordine di arrivo. Probabilmente, proprio quest’assenza è l’origine della diatriba tra lei e Labrousse. Comunque risolvibile con un’attribuzione salomonica: de Rotschild (van Zuylen) la prima donna iscritta in assoluto, Labrousse la prima donna classificata di sempre.
Capitolo a parte merita invece Camille du Gast (Parigi, 1868), che può esser considerata la prima donna pilota della storia. Salì in auto nel 1899, ma la prima uscita ufficiale avvenne l’anno successivo. Quando si presentò ai nastri di partenza della “Gordon Bennet Cup”, che si disputava tra Parigi e Lione.
Nel 1901 la sua passione sconfinò Oltralpe con la partecipazione alla Parigi-Berlino, chiusa al trentatreesimo posto su centoventidue concorrenti.
Fu l’apice della sua carriera al volante, iniziata dopo essere rimasta vedova poco meno che trentenne ed essersi affermata, nel frattempo, come cantante e pianista. L’amore per i motori sbocciò dopo quello per la mongolfiera e il paracadutismo. Estrosa ed estrema, du Gast nel 1903 tentò la “Parigi-Madrid”, tragicamente conosciuta come la “gara della morte” per i frequenti decessi a causa della pericolosità del tracciato.


Il suo animo generoso salvò la vita a uno dei partecipanti, uscito di strada e al quale lei prestò assistenza fino ai soccorsi, rinunciando alle sue velleità di classifica.
La sua carriera però si interruppe bruscamente l’anno successivo. Quando l’Automobile Club di Francia le vietò di scendere in pista, al pari di tutte le donne francesi, nella “Gordon Bennet Cup” che si sarebbe corsa sul circuito di Homburg (Germania).
La delusione per Du Gast fu troppo forte, che si disamorò dei motori e si dedicò ad altro nel resto della sua vita.
Le tracce delle sue gesta furono però indelebili. Al punto da giungere fino ai nostri giorni e ricordarci i limiti e l’inconsistenza delle barriere di genere.


